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Nel 1994 la sede storica viene definitivamente abbandonata. In linea con le posizioni nonviolente assunte e con la scelta di cercare la mediazione con partiti ed istituzioni gli occupanti scelsero di non cercare lo scontro con le forze dell'ordine. Ci fu uno sgombero in cui i leoncavallini avrebbero opposto resistenza passiva e fu occupata per sei mesi una sede in via Salomone.

Il 20 gennaio 1994 i presenti al presidio di protesta che venne indetto vennero portati fuori dalla polizia e "scortati" in una sorta di corteo che attraversò la città fino alla nuova sede. Durante le operazioni di trasferimento si verificarono però disordini e scontri con le forze dell'ordine, che portarono alla denuncia di numerosi manifestanti, 72 dei quali vennero condannati.

Da questo momento i militanti del Leoncavallo iniziarono ad utilizzare delle tute bianche con cappuccio come "divisa" (o meglio come "non divisa", secondo le teorizzazioni del movimento) per il servizio d'ordine interno durante le manifestazioni e le azioni di resistenza passiva. La scelta fu presa come ironica risposta ad una battuta del sindaco leghista Marco Formentini che disse "che da quel momento, solo spettri si sarebbero aggirati per la città". L'utilizzo di tali abiti era stato teorizzato da esponenti dei centri sociali legati al movimento zapatista e divenne da allora tratto distintivo della rete politica ¡Ya basta! fino al 2001, quando furono abbandonate nei mesi precedenti ai fatti del G8 di Genova in quanto rischiavano di diventare un "tratto identitario" di quello che venne effettivamente definito movimento delle Tute Bianche.

Le tute bianche furono utilizzate per le prima volta nell'autunno del 1993 durante una performance a sostegno di Radio Onda Diretta sul tetto di via Leoncavallo e successivamente durante la manifestazione del 10 settembre 1994.

La scelta di non-violenza fu ribadita durante un processo che portò all'incarcerazione di un ex-leoncavallino trovato in possesso di un inoffensivo residuato bellico e favorì l'entrismo del Leoncavallo nel Partito della Rifondazione Comunista.

Il centro sociale si trasferì quindi temporaneamente in via Salomone 71, nella periferia sud-ovest della città, in un capannone industriale. Questo verrà sgomberato a sorpresa il 9 agosto dopo assicurazioni in senso contrario. Per un mese il Leoncavallo rimase senza sede, quindi l'8 settembre venne occupata una ex cartiera in via Watteau, in zona Greco, con l'avallo non ufficiale del proprietario Marco Cabassi, figlio del proprietario della sede storica. La famiglia Cabassi per alcuni anni non richiese lo sgombero dell'immobile, che si trova in un'area sottoposta a vincolo di destinazione industriale e quindi di minor valore rispetto a via Leoncavallo.

Nel settembre 1994 si svolse una manifestazione di protesta dello sgombero di agosto che finí in scontri da piazza Cavour fino alla sede che verrà cinta d'assedio dalle forze dell'ordine.

 

Sempre nel 1994 iniziarono le trasmissioni di Radio Onda d'urto di Milano, legata al Leoncavallo.

Il nuovo spazio, ampio 10.000 m² al coperto, più cortili, spazi verdi e sotterranei, venne strutturato come un piccolo quartiere, con una "piazza" centrale sempre aperta e le varie strutture attorno.

Nel 1995 la sede di via Watteau fu oggetto di perquisizione da parte delle forze dell'ordine che cercavano di debellare il traffico di droghe leggere. Gli agenti furono ripetutamente malmenati.

Il 19 settembre 1998 i centri sociali del nordest vicini al Leoncavallo presentarono presso il centro sociale milanese la Carta di Milano, un documento politico che sintetizza le rivendicazioni dell'area che verrà identificata come "tute bianche". Le richieste principali riguardano l'amnistia per i detenuti politici, la liberalizzazione delle droghe leggere, la chiusura dei CPT, la scarcerazione dei malati gravi e dei malati di AIDS. L'impegno a

  « uscire dalla dinamica perdente "Conflitto - Repressione - Lotta alla repressione", entrare in un panorama diverso, in cui il conflitto sociale sia portatore di progettualità, [...] costruire il vortice "Conflitto - Progetti - Allargamento della sfera dei diritti" »
 
(Carta di Milano, 19 settembre 1998)

profila una propensione al dialogo con i partiti e comporta una frattura insanabile con le aree anarchiche e dell'Autonomia.

Divengono quindi centrali nell'attività politica temi quali il reddito di cittadinanza, l'antiproibizionismo, la contestazione del precariato e la critica alla criminalizzazione dei migranti ed alla loro detenzione nei CPT. Il centro sociale prende il nome Leoncavallo S.P.A. (Spazio Pubblico Autogestito). Negli ultimi anni si stringe il rapporto con il partito Rifondazione Comunista, nelle cui fila viene eletto come indipendente Daniele Farina, esponente del Leoncavallo, dal 2001 al 2006 nel consiglio comunale di Milano e dal 2006 al 2008 Deputato in parlamento.

Dal 1999 la famiglia Cabassi, proprietaria della struttura di via Watteau, torna a chiedere di tornare in possesso dell'immobile. Negli anni successivi viene più volte annunciato lo sfratto e lo sgombero, mentre le trattative proseguono con la mediazione dell'amministrazione comunale. Viene ipotizzata la costituzione di una cordata di "garanti", tra i quali la famiglia Moratti, ed il centro sociale si dice disponibile a pagare un affitto.

Nel 2006 l'assessore alla cultura Vittorio Sgarbi ha inserito nella programmazione della "Giornata del Contemporaneo" i murales dell'ex cartiera, definendoli "Cappella Sistina della contemporaneità, un luogo d’arte permanente da visitare come il Pac, la Triennale, Palazzo Reale, gli altri luoghi al centro della Giornata del Contemporaneo". È stato anche pubblicato un catalogo: I graffiti del Leoncavallo, 2006, Skira.

Nel 2011 la giunta del nuovo sindaco Giuliano Pisapia ha aperto un tavolo tra il centro e la proprietà Cabassi affinché la posizione venga regolarizzata, ma il rinvio di sfratto mensile e la possibilità di sgombero è sempre presente.