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Dal 1980 il gruppo immobiliare "Scotti" proprietario dello stabile cercò di riottenere l'utilizzo di gran parte della struttura, ma gli fu negato. Vinse negli anni successivi un ricorso al TAR ed uno al Consiglio di Stato, facendo leva sull'assenza del vincolo nella prima stesura del piano regolatore del 1975 e sull'attesa riconversione della vicina stazione dei tram in area per servizi, poi non avvenuta.

Nel 1985 il centro sociale si aprì, con alcune contraddizioni interne, a un collettivo di giovani punk e ad appartenenti ad altre subculture giovanili minori (dark, industrial, neopsichedelici), molto lontani dagli schemi della politica esistente fino ad allora; una fetta consistente di essi era costituito da ex-occupanti del centro sociali Virus. Da tale incontro prese vita l'Helterskelter, collettivo che per alcuni anni organizzò concerti ed altre iniziative culturali negli spazi del Leoncavallo, ospitando diversi gruppi, performer e artisti di livello internazionale (Henry Rollins, DOA, Scream, O!Kult, Borghesia, Etant Donnes). Negli anni seguenti il centro sociale divenne un punto di riferimento della musica indipendente italiana.

Nella seconda metà degli anni ottanta il centro fu punto di riferimento, tra gli altri, di collettivi che facevano riferimento all'Autonomia Operaia.

Nella primavera del 1989 l'immobiliare "Scotti" vendette l'area al gruppo "Cabassi", che ottenne dall'amministrazione comunale guidata da Paolo Pillitteri la decisione dello sgombero del centro sociale, al fine di demolirlo e costruire uffici e negozi.

Il 16 agosto approfittando del periodo vacanziero fu tentato lo sgombero, ma gli occupanti opposero inaspettata resistenza. Ne seguirono violenti scontri, con il lancio di centinaia di lacrimogeni nel centro sociale e gli occupanti che dal tetto dell'edificio lanciavano pietre e bottiglie molotov su carabinieri e polizia. I reparti speciali con l'esplosivo aprirono un varco nei muri ed entrarono nell'edificio. Furono arrestate le persone presenti sul tetto e denunciati a piede libero altri 55 manifestanti che erano riusciti a fuggire in via Lambrate. I 26, accusati in particolare per l'utilizzo delle molotov, furono condannati successivamente ad 1 anno e 6 mesi di carcere, con la condizionale. La sentenza concesse però loro attenuanti per "aver agito per alti valori morali e sociali" e suggerì pesanti responsabilità dell'amministrazione comunale:

  « la difesa [...]ha stigmatizzato il comportamento della Autorità Comunale, di polizia e giudiziaria in ordine alla vicenda del Leoncavallo, ponendo in rilievo il comportamento equivoco del Comune, i fatti di giustizia risolti nei corridoi con la presunta connivenza del P.S.I. ed in particolare ponendo l'accento sulla circostanza che solo quando l'area fu formalmente acquistata dal gruppo Cabassi la vecchia vicenda si sbloccò e la esecuzione dello sgombero fu agevolmente ottenuta, scavalcando il competente Commissariato di PS "Lambrate", grazie a contatti diretti con il Questore e col Prefetto. La difesa ha anche posto l'accento sulla disponibilità attuale del Comune di acquistare l'area, da destinare in parte a scopi sociali, pagandola a pieno prezzo di mercato. Le circostanze, che proverebbero per chi ancora non lo sapesse che la cd giustizia alternativa spesso prevale su quella ufficiale, fanno sentire un senso di amarezza alle persone che ancora credono alle istituzioni »
 
(Motivazioni della sentenza del Tribunale di Milano, 27 giugno 1990)

I muri esterni dell'edificio vennero abbattuti, e con essi gli storici murales, ma dai giorni seguenti viene rioccupata l'area e partì la ripulitura e ricostruzione del centro vennero devastati tutti gli oggetti trovati all'interno del centro, compresi parecchi computer funzionanti.. Il Leoncavallo proseguì così l'attività negli anni seguenti, divenendo sempre più punto di riferimento per i centri sociali di tutta Italia.

A partire dallo sgombero si creò una frattura all'interno del centro sociale tra coloro che vedevano il centro come parte di un movimento più ampio (Transiti, collettivo "Ma chi vi ha autorizzato?", cani sciolti, etc.) e coloro che volevano fare del Leoncavallo una realtà politica con leader riconosciuti (Daniele Farina) e punto di riferimento per gli altri centri sociali. Gran parte di coloro che furono arrestati sul tetto facevano parte del primo gruppo e si allontanarono dal Leoncavallo quando prevalse la linea del secondo gruppo. Inizialmente i seguaci di Farina portarono il Leoncavallo ad una pratica di violenza di piazza che culminò negli scontri del primo maggio 1991 in piazza del Duomo. Gradualmente però, venuta meno l'esigenza di mantenere una leadership dentro e fuori il Leoncavallo con una "immagine rivoluzionaria" e creatasi invece una lunga lista di denunce nei loro confronti, i seguaci di Farina rimisero in discussione le loro modalità d'azione e le loro alleanze. L'avvicinamento a posizioni nonviolente portò ad un ripensamento critico della strategia di resistenza attiva effettuata nel 1989 e iniziò il percorso che li portò ad entrare nel Partito della Rifondazione Comunista dieci anni dopo.

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